STANDO NELLA CITTÀ DELLA PACE PREGANDO L’URGENTE PACE E RICORDANDO
I frati padre Venanzio e padre Vitale arcivescovo e i beati loro Odorico e Marco
Nel mio andare ad Assisi a guardare e direi toccare Francesco nella domenica laetare che apre alla Pasqua e al suo messaggio di speranza e vita (ero lì il 15 marzo), ho avuto presenti, sono stato presente alle situazioni, che purtroppo si moltiplicano e aggravano, che rendono questo un mondo e un tempo di assoluta emergenza; in cui pertanto la memoria del Serafico non solo è doverosa ma necessaria. Mi hanno accompagnato e confermato nei propositi le parole di Leone XIV, che già simili aveva fatto echeggiare con continui appelli, sino all’ultimo, il papa che volle chiamarsi Francesco: “In quest’epoca segnata da tante guerre che sembrano interminabili … la sua vita [di San Francesco] indica la sorgente autentica della pace” (dal messaggio 8 gennaio 2026 per l’inizio dell’Anno giubilare francescano ai ministri generali della Conferenza della Famiglia Francescana); e ho pregato lui, San Francesco, con il papa: “Tu che, disarmato, hai attraversato le linee di guerra e di incomprensione, … in questo tempo afflitto da conflitti e divisioni, intercedi perché [siamo] testimoni disarmati e disarmanti della pace che viene da Cristo” (ivi). So che l’hanno condiviso, questo pensare e pregare, tanti giovani da tutta Italia che, nelle stesse ore della nostra visita, hanno salito le erte assisane per riunirsi nel “Meeting Francescano Giovani” con il Poverello, modello forse irraggiungibile ma affascinante del coraggio che abbatte ogni muro perché in Dio trova la sorgente di ogni riconciliazione e costruisce ponti dove il mondo erige confini (per parafrasare ancora la preghiera consegnata da papa Leone per questo anno centenario del Serafico).
E sono riandato alla mia storia di contatto con il mondo francescano, innescato dalla paternità entusiasta del cappuccino padre Venanzio Renier, che ad Assisi venticinque anni fa (maggio 2001) accompagnavo novantaduenne con un bel gruppo a celebrare il 70° del suo sacerdozio (arrivò poi a superare il rarissimo 75°) eccezionalmente all’altare della cripta della tomba, ritrovata appena nel 1818, del Santo che lui aveva abbracciato tra i Cappuccini a soli 9 anni (per vivere fedelmente nell’ordine per altri 90!). Contatto con San Francesco, il mio, corroborato e carburato in seguito dall’autorità amichevole e concreta dell’altro mio “padre”, il conventuale padre Vitale, l’arcivescovo Bommarco, che mi ha voluto ulteriormente al servizio di tanti cammini di santità della terra “aquileiese” (e “concordiese”) che lui amò molto. E come potevo non ricordare padre Vitale davanti alle reliquie di Colui del quale fu successore! Fu lui, ministro generale eletto e rieletto nel Sacro Convento di Assisi, a volere fermamente nei primi mesi del 1978 la ricognizione medica e a ricomporre come le abbiamo viste in questo mese le ossa di Francesco: decisione, la sua, per un atto inedito senza il quale mezzo milione di pellegrini non sarebbero potuti convenire ora a fare esperienza, davanti all’umiltà di quel (poco) che resta del Santo, della verità della Risurrezione avvenuta a Pasqua, grazie alla quale posso credere che nulla è impossibile, compresa la pace più difficile.
Sono stato ad Assisi con 55 pellegrini motivati dai nostri beati Odorico e Marco, di Pordenone e di Udine, insieme a don Alessandro Tracanelli e mons. Romano Nardin. Bella la comunione friulana che ci ha visti convinti della santità attuale di questi due francescani del Friuli “non qualunque” sulla scia di quella attualissima del fondatore della straordinaria famiglia dei frati: veri seguaci di lui perché missionari, desiderosi di portare Gesù, la sua pace e il suo bene, a tutti. Pensando a essi nella condizione di comunione eterna che vivono con il Padre Francesco, che ammirarono come e più di noi e fu la leva per fare della loro vita uno “strumento della pace” di Cristo, continuo ora a pregarli, stando spiritualmente ancora ad Assisi, perché pace sia.
Pace finalmente in Ucraina, cioè in Europa, ho chiesto e chiedo fiducioso che Marco d’Aviano interceda a Dio con Francesco d’Assisi: lui che passò a tappeto il continente a predicare misericordia e seppe farsi artigiano di diplomazia, oggi in crisi come metodo di tessitura della pace, per risolvere la guerra e un’invasione armata (e quale invasione!).
Pace in Israele e – sarà un miracolo – la fine dell’inestricabile sofferenza della Palestina e – adesso, subito, prima che sia troppo tardi – la chiusura del conflitto in Iran e Medio Oriente ho chiesto e chiedo con insistenza che Odorico da Pordenone interceda a Dio con Francesco d’Assisi: lui che camminò verso Est da testimone dell’utilità di ogni dialogo, oggi poco praticato da quanti sono pur responsabili dei propri popoli, e passò per le città della Persia e della Caldea (alcune coinvolte nelle esplosioni di queste settimane, come Tabriz, Esfahan, Ahwaz); e si affacciò quindi al mare che lo condusse poi sino ai porti della Cina dallo stretto di Hormuz – il punto nevralgico, il più delicato e pericoloso, della guerra gravissima in atto (è da lì che stanno venendo conseguenze sulla nostra vita quotidiana dipendente da petrolio e gas) – da lui chiamato con tale nome geografico nella Relatio del suo viaggio.Così ho pregato e continuo a pregare, come si è fatto su invito dei vescovi anche digiunando perché pace sia il giorno prima della mia partenza alla volta della “città della pace”, cioè il 13 marzo venerdì di Quaresima. Perché la pace di Cristo sia, cioè la vita vera, la Pasqua, che San Francesco volle fosse il comandamento del cristiano al mondo ancora oggi tentato del suo contrario di passione e morte.
Walter Arzaretti

