PADRE ERNESTO TOME’

Spirato a Parma venerdì santo 10 aprile, riposa nell’amatissima Maniago

PADRE ERNESTO TOMÈ MISSIONARIO SAVERIANO

La sua vita: una rinuncia e un canto per il Signore e i poveri del Burundi

È proprio nel giorno commemorativo della morte del Signore, Venerdì Santo 10 aprile, che padre Ernesto Tomé ha spento il motore della sua vita missionaria che lo aveva condotto, di movimento fisico e di slancio spirituale, con una generosità persino commovente e spesso in situazioni limite, tra i poveri dell’Africa più povera. Confidava a ogni rientro che il Burundi, dove s’incarnò con e come i suoi missionari saveriani per oltre quarant’anni, è, con il contiguo Rwanda, il più piccolo e anche il più povero degli stati del sub continente nero, martoriato dal malgoverno – e la situazione non è migliorata – e falcidiato a un certo punto dalla disgrazia, che fu nota per la sua efferatezza a tutto il mondo, del conflitto etnico (culminato negli anni Novanta del Novecento) fra gli Hutu e i Tutsi. Fluirono allora laggiù fiumi di sangue per l’odio e il rancore: padre Ernesto vi si trovò nel mezzo e la sua missione nella missione fu quella della parola del perdono cristiano, condimento di ogni sua azione volta alla promozione della dignità della persona e all’affermazione dei valori irrinunciabili di pace e fratellanza del Vangelo. Noi – che l’abbiamo conosciuto a ripetizione e ascoltato sui pulpiti di tante nostre parrocchie – sappiamo con quale afflato li predicava questi valori. E come li condiva di fede ardente, che usciva cioè da un cuore tutto consacrato a Dio, capace persino di farsi poesia (“Voci d’Africa” s’intitola una sua raccolta pubblicata di componimenti poetici). Animo così sensibile non poteva non esprimere pure devozione, che dire tenera appare poca cosa, alla Vergine e non avere tanta confidenza con i santi.

Padre Ernesto aveva realizzato sul tardi, per i tempi, l’idea della chiamata: vi si buttò dentro però fino a superare ostacoli forse draconiani. Umile artigiano nella Maniago dell’immediato secondo dopoguerra non ricco di risorse materiali, dovette affrontare a più di vent’anni (l’ingresso nella congregazione fondata a Parma da San Guido Maria Conforti è datato al 1952; padre Tomé era nato il 26 settembre 1929) gli studi fin dalla media inferiore. Fu la fede in un Cristo abbracciato visceralmente e l’ardore di giovare alla causa dei poveri, capiti perché povero era stato lui pure, a fargli coronare questo “impossibile”. Professo saveriano nel 1957, ordinato sacerdote nel 1963 nella città del fondatore che ora lo ha visto anche emigrare da questo mondo, fattovi un anno di tirocinio, eccolo subito destinato al Burundi (1966) per i primi otto anni del suo lungo itinerario fra le parrocchie saveriane di quel paese, meta anche di vari preti di diocesi italiane che si aprivano in quel primo post Concilio alla missionarietà ad gentes sulla linea segnata dal precedente documento pontificio “Fidei donum”. Dopo una pausa italiana impiegata nell’animazione vocazionale, gli anni 1977-1988 lo fecero ritrovare tra i burundesi anche nella conduzione, come delegato, della consistente presenza saveriana sul posto (1982-1986): solo la pericolosissima guerra civile alfine scoppiata lo costrinse a lasciare quel popolo come tutti i missionari stranieri. Per due anni rifugiato nella vicina Repubblica Democratica del Congo, appena fu possibile tornò in Burundi (1991) e vi rimase – gli ultimi 17 anni nella capitale Bujumbura – finché, e cioè l’anno 2013, le forze lo permisero.

Lietissimo di poter riassaporare casa nella prolungata pausa, d’inizio nuovo millennio, motivata da una ripresa della salute, padre Tomé diede il suo apporto di ministero, sempre entusiasta, alla parrocchia di origine come a vari movimenti di spiritualità. Desiderò allora anche riprendere il “mestiere” dell’animatore missionario nelle parrocchie: gli stemmo accanto così in un lungo tour promosso anche per aiutare la costruzione di una delle tante cappelle di cui i saveriani hanno dotato i villaggi delle loro missioni in Burundi, molto vaste geograficamente e che padre Ernesto periodicamente raggiungeva: parliamo della chiesa intitolata (la prima in assoluto) al Beato Marco d’Aviano a Muyaga, missione di Kamenge, per la quale il Comitato del beato inviò poi anche una statua di pietra opera di Marcello Martini di Claut. La fede provata di padre Ernesto vedemmo che si trasformava in quelle occasioni in parola e canto commossi al Dio di Gesù Cristo, nato da Maria, per il quale aveva lasciato, a Maniago, persino la fidanzata, e la sua terra, i suoi monti, la gente, la parlata che riabbracciava con una gioia incontenibile a ogni ritorno, sempre favorito dai numerosi fratelli, sorelle e nipoti, abili artigiani dei coltelli, e salutato dall’intera comunità che ne ricorda pure il gioioso e contagioso humour.

Gli ultimi anni, lasciato definitivamente il Burundi, non furono meno improntati alla rinuncia: catapultato a Lama (Taranto), si riebbe in un certo senso nei tre circa passati fra i saveriani del suo Friuli a Udine, per poi allontanarsi di nuovo per forza maggiore nell’infermeria della Casa Madre dell’istituto a Parma dove padre Ernesto era approdato, spaurito ragazzo di montagna, per farsi missionario. Si tratta di un luogo balzato agli onori (o disonori) della cronaca nazionale delle ultime settimane perché vi sono morti sedici anziani missionari di coronavirus senza ufficiale riconoscimento della malattia con un tampone. Padre Ernesto non è peraltro fra questi morti, ma certo il clima della struttura in cui l’ictus l’ha preso non deve essere stato dei migliori.

Se n’è andato così, a novant’anni, padre Ernesto Tomé, e senza possibilità di salutarlo pubblicamente: dolore, quasi beffardo considerata la sua vita tutta rinuncia, che impronta questo tempo di pandemia; letizia però, pur mesta, di tutta Maniago, sindaco e parroco in prima linea, per avere soddisfatto il grandissimo desiderio di questo “esule per amore di Cristo” di tornare per sempre a guardare il Monte Jouf: riposa infatti da mercoledì 15 aprile nella tomba dei sacerdoti del camposanto della sua amatissima città.

Walter Arzaretti