Attività 2020

27.06.2020

PARTECIPATISSIMA CELEBRAZIONE AI PONTI “BEATO MARCO” DI TREMEACQUE

È stata una fra le prime assemblee veramente di popolo e di fede dopo la ripresa

Suggestioni ai ponti di Tremeacque, già di loro suggestivi, dove un caldo e ventilato pomeriggio di prima estate è stato riempito dalle 250 persone, sedute e ben distanziate su sedie, che hanno occupato l’aia della fattoria vicina per la messa, concelebrata da otto sacerdoti, che il vescovo Corrado Pizziolo di Vittorio Veneto ha presieduto in ringraziamento per la preservata salute nella fase acuta dell’epidemia. Infatti nelle parrocchie locali rette da mons. Romano Nardin si è pregato il Beato Marco d’Aviano, cui i ponti sono intitolati da sei anni, perché questa zona restasse immune (nessun caso) dal contagio. La celebrazione ha segnato pure la riapertura ufficiale del confine fra regioni Friuli Venezia Giulia e Veneto che qui, alla confluenza del fiume Meduna nel Livenza, si incontrano come le due province di Pordenone e Treviso e pure le due diocesi di Vittorio Veneto e Concordia-Pordenone.

Al termine, il presule, con i parroci contermini di Ghirano/Villanova di Prata, Rivarotta/Cecchini di Pasiano don Lelio Grappasonno (musicista, del quale è stato eseguito l’inno “Fratello Marco”) e Mansuè/Basalghelle don Ugo Cettolin e i sindaci o loro rappresentanti di Prata Favot, di Mansué Milan, di Pasiano Piccinin, ha raggiunto i ponti presso la tabella titolatoria al “carismatico uomo di pace”: è stata ripetuta la preghiera d’intercessione che ha accompagnato qui i lunghi mesi del coronavirus e il vescovo ne ha recitata una per l’Europa. Caldi gli accenti del sindaco di Prata Dorino Favot, anche presidente dell’ANCI del FVG, che ha deposto fiori davanti alla stele che raffigura il beato: ha definito importantissimo il momento che ha permesso il ritrovarsi, dopo i mesi bui, di genti friulane e venete unite nella sofferenza come nel coraggio e nella speranza, e anche nell’affidamento a colui che affrontò frangenti fra i più drammatici della storia del continente. Si è poi detto meravigliato, e altrettanto dopo di lui il sindaco di Mansué, e convinto che Padre Marco abbia veramente protetto da questo luogo evocativo dell’unità che fa la forza e in questo tempo che deve trovare coesi anche i governi dell’Europa nell’opera ardua – ha detto Favot – della ricostruzione economica e morale.All’intercessione del cappuccino ha creduto moltissimo don Romano insieme al Comitato Beato Marco di Pordenone, del quale il parroco di Ghirano è membro, presente con il presidente don Luigi Stefanuto e altri componenti, veneti e friulani, che perseguono la causa per la canonizzazione del beato d’Europa al livello interdiocesano che i ponti di Tremeacque ben simboleggiano. Le iniziative del comitato, così riavviate, proseguiranno con il calendario dell’agosto con il Beato Marco, il mese che, attorno alla festa del giorno 13, fa ritrovare in diversi luoghi, pure esteri, quanti come Padre Marco lavorano per l’unione e la pace e gli chiedono per questo anche salute. W.A.

CELEBRATE LE MESSE DI 12° ANNIVERSARIO DI PADRE VENANZIO

I condizionamenti sociali e sanitari non hanno impedito al Comitato Beato Marco di rinnovare la memoria bella del frate d’Aviano e d’Europa e del confratello che di più lo incarnò e divulgò: padre Venanzio Renier da Chioggia, del quale ricorreva il 17 giugno il 12° anniversario. Il gruppo “sente” queste figure e si riaffida all’intercessione dei due cappuccini nel suo lavoro di promozione che con queste celebrazioni è ripreso dopo la pausa pandemia.

La prima messa, votiva del Beato Marco, è stata celebrata nella chiesa dei Cappuccini di Conegliano martedì 16 giugno pomeriggio con la presidenza di p. Licinio Pasqualotto del convento di Portogruaro, concelebranti quattro preti del Comitato con mons. Romano Nardin (già parroco del duomo cittadino e quindi anche di p. Venanzio negli ultimi anni della sua vita qui trascorsi) e il presidente don Luigi Stefanuto. Prima dell’appuntamento di preghiera in chiesa c’è stato (vedi foto) l’incontro di amicizia e fede nella cappella dell’infermeria annessa a questo convento ove risiede con altri frati il vescovo emerito di Verona monsignor Flavio Roberto Carraro, allievo di p. Venanzio e già padre generale dell’Ordine dei Cappuccini, presidente onorario del Comitato Beato Marco e forte assertore del lavoro di diffusione e della causa di canonizzazione.

Sono seguite le eucaristie di mercoledì 17 giugno: al mattino a Pordenone, chiesa del Cristo, celebrata con fervore da mons. Romano Nardin anche per il trigesimo di Giuseppe Biason, collaboratore fedelissimo di p. Venanzio scomparso il 22 maggio (recentemente è mancato pure p. Aurelio Blasotti, ultimo guardiano del convento del Cristo, 2002-2005: sono purtroppo dieci i cappuccini vittime del coronavirus nella Provincia Triveneta dell’Ordine); pomeriggio ad Aviano, alla sepoltura di p. Venanzio. L’indomani, giovedì 18, celebrazione pomeridiana a Chioggia nella centralissima chiesa dei Padri Filippini, nella quale ogni mese si ricorda il venerabile Padre Raimondo Calcagno, uno die tanti santi conosciuti in vita da p. Venanzio e già suo formatore nel locale oratorio.

Concluderà il tradizionale giro celebrativo, mercoledì 1° luglio, ore 18.30, la santa messa a Udine, chiesa di via Ronchi già dei frati, dove celebrerà mons. Guido Genero, vicario generale, nell’anniversario di padre Cesario Finotti da Rovigo, anch’egli grande cappuccino con fama santa in Friuli, al quale p. Venanzio fu profondamente legato. Si ricorderanno in questa messa anche due amici del padre ed estimatori della causa del Beato Marco (e del Beato Odorico): Luigi Biancuzzi e il francescano conventuale padre Tito Magnani, vicepostulatore della causa del Beato Odorico da Pordenone, recentemente passati a Dio.

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INVITATI ALLA CELEBRAZIONE DEL 27 GIUGNO AI PONTI DI TREMEACQUE

L’appuntamento principale di questa ripresa celebrativa è però previsto sabato 27 giugno alle ore 17 presso i ponti di Tremeacque, intitolati al Beato Marco sei anni fa. La messa concelebrata sarà presieduta dal vescovo di Vittorio Veneto monsignor Corrado Pizziolo in ringraziamento a Dio per la preservata salute nella fase acuta dell’epidemia e per la riapertura delle attività pastorali e del confine fra regioni Friuli Venezia Giulia e Veneto segnato dai suggestivi ponti sul Meduna e sul Livenza. Promotore è il Comitato Beato Marco insieme alle parrocchie di Ghirano e Villanova di Prata rette da mons. Romano Nardin che ha pregato e fatto pregare il beato, aiutato da un testo composto e diffuso dal Comitato, ottenendo che questa zona restasse immune (nessun caso) dal contagio. Concorrono al bel momento spirituale i parroci e le parrocchie contermini di Rivarotta e Cecchini di Pasiano (con don Lelio Grappasonno, che nella sua attività di musicista ha composto ed eseguirà l’inno “Fratello Marco”) e di Mansuè e Basalghelle (con don Ugo Cettolin): in quest’ultimo paese è localizzato il “capitello del Beato Marco”, unico nel suo genere e altro sito in cui si sta esprimendo in profondità la devozione al beato che salvò l’Europa e che ai ponti di Tremeacque è effigiato in una stele (opera di Marcello Martini) e onorato, pure su lapide, come “carismatico uomo di pace”. Le comunità che qui si incontrano – non solo due regioni: due diocesi, di Vittorio Veneto e Concordia-Pordenone; due province, di Treviso e Pordenone; tre comuni, di Prata, Pasiano e Mansué (e per l’occasione ci saranno i tre sindaci Favot, Piccinin, Milan), oltre alle parrocchie surricordate – gli dicono grazie per i benefici, sperimentati nel tempo del lockdown, della sua intercessione di taumaturgo. W.A.

Quaresima 2020

APOSTOLO DELLA QUARESIMA E ANCHE CONTRO IL MALE PESTILENZIALE

La peste a Gorizia del 1682 e l’esortazione penitenziale del Beato Marco alla città

Apostolo della Quaresima! Questo è il tempo “forte” in cui il Beato Marco d’Aviano mai trascurò di annunciare la verità dell’Amore intramontabile di Dio verso l’umanità vagabonda ed errante, cioè lontana da Dio e dalla sua legge: quei suoi quaresimali, nemmeno uno omesso nei ventitré anni di vita pubblica! quella sua predicazione del dolore perfetto dei peccati, cioè fatto senza paura, incontro al Padre che non ricorda più il tuo peccato se lo riconosci umilmente e sinceramente e lo fai “per amor di Dio”! Avendo abbracciato la regola severa dei Cappuccini, egli anche impegnò se stesso, con abnegazione eroica, nella preghiera personale (quelle sue veglie notturne! quelle messe “angeliche”!), nella mortificazione volontaria (quel suo cilicio! quei digiuni!) e nella carità. La sua quaresima era protratta, si può dire, tutto l’anno, e tale va considerata pure l’obbligata attività presso le corti, in primis quella dell’imperatore d’Austria Leopoldo I, cui fu inviato dall’obbedienza ecclesiale con sincero desiderio, che arrivò spesso al logoramento fisico, di promuovere concordia, unione e pace in tempi di eccezionali difficoltà.

Esse furono dettate pure da carestie e pestilenze. Rientrando da zone sospette d’Europa, anche Padre Marco dovette sottoporsi a quarantene. Molto seria si presentò la situazione nel 1682 allorché il cappuccino tornava in estate dalla prima permanenza a Vienna e sulla sua via, in Stiria e Carinzia, serpeggiava almeno dal maggio la peste (Graz era infestata). I passi di confine con la contea di Gorizia,dove il beato avrebbe dovuto transitare ed era anzi atteso, erano stati chiusi e non se ne parlava di chiedere deroghe, neppure in favore dell’illustre camminatore consigliere dell’imperatore che fece a tempo ad arrivare, via Tirolo, al convento di Padova dove si mise a letto dalla metà agosto e fino a tutto ottobre. Dopo miglioramenti e ricadute, confidò: “Posso dire d’esser passato dalla morte alla vita, essendo stato il male gravatissimo e lungo” (al conte Francesco Ulderico Della Torre, 23 ottobre 1682).

In quei momenti non mancò comunque di impetrare da Dio la salute del popolo. Specialmente di Gorizia, coinvolta nell’epidemia dopo che tal Urbano Velicogna, un mercante di cavalli reduce da un viaggio in Croazia, “positivo” al virus, sostando a Sampasso aveva infettato il villaggio dove il 24 giugno si erano constatati 19 morti, 20 contagiati, 14 ricoverati nel lazzaretto. A quel punto i “Deputati Provvisori alla Sanità” con il luogotenente della contea Lodovico Vincenzo Coronini avevano preso le prime misure, come la chiusura della scuola e la richiesta al citato conte Della Torre, capitano di Gradisca, ambasciatore cesareo a Venezia e grandissimo devoto di Padre Marco, di inviare medici e becchini con medicinali che non subito il popolo aveva però saputo pacificamente e unanimemente accogliere, non credendo grave la situazione solo perché la città risultava ancora immune. Lo scoppio era in verità alle porte, preceduto dalla biasimevole fuga dei nobili: il 9 luglio la peste era penetrata nel borgo di Braida Vaccana. Mentre i viveri erano ormai scarsi (mancavano del tutto grano, olio, sale, carne) e l’erario pubblico esaurito (anche per pagare i sanitari chiamati da Venezia e fatti entrare in città dopo mesi di indecisioni, contrordini, timori e tumulti perché essi erano stati a Sampasso a contatto degli infetti, mentre un tardivo sussidio di 500 fiorini era stato concesso a malapena dall’imperatore), essa aveva in breve invaso pure Prevacina, Ranziano e infieriva ora più violenta a Salcano, registrando un numero di vittime in aumento ogni giorno – i morti erano “sepolti ne’ contigui horti con sopra porvi la calce viva” – tanto che le autorità avevano costruito un nuovo lazzaretto a Sant’Andrea, ben presto riempitosi. Diminuì d’intensità verso la fine di agosto proprio quando entrò in azione Padre Marco: a lui si erano infatti rivolti, fiduciosi nella sua influenza benefica, i disperati deputati della città, chiedendogli l’ormai famosa in Europa taumaturgica benedizione.

“Con le vis[c]ere del core”, Padre Marco scrisse allora da Padova – era il 28 agosto 1682 – la sua “carità et affetto … a cotesta città nella quale ho apreso le lettere humane et il timore di Dio dalli esemplarissimi e devotissimi padri della Compagnia di Giesù” e promise ai goriziani di “raccomandarli a Dio nelle mie debolissime orationi”, esortandoli a manifestare “veri segni di penitenza” “nella vera confidenza e fiducia nella somma bontà di Dio che non vult mortem peccatoris, sed ut magis convertatur et vivat” [= non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva; cfr Ezechiele 33,11]; disse infine che avrebbe impartito la benedizione l’8 settembre, festa della Natività di Maria, alle ore 11, alla condizione “di produr un atto di contrittione con proponimento di confesarsi e communicarsi quanto prima”. Lui si sarebbe unito in distanza alla preghiera collettiva anche con l’“applicar il detto giorno il sacrifitio [la messa] per loro solievo”. La benedizione “fu con gran divotione ace[t]tata” dalla popolazione: “In tutti i luoghi dove si celebrava al di fuori, legevansi le messe e tutti l’ascoltavano per maggior divotione”. La citazione è dalla Relattione del contaggio successo in Goritia, et sua origine l’anno 1682, con le figure delle cose più notabili, nomi et età di tutti i morti in città et lazzaretti del prete Giovanni Maria Marussig: un testo che l’autore arricchì di disegni che sono quasi foto di quel frangente triste, ma pregno di speranza, che si impreziosì di una processione verso Monte Santo a indire la quale Padre Marco nella sua lettera aveva esortato i pubblici poteri, “anco [con] qualche voto verso la gran Madre delle Misericordie”: così “ne proveran[n]o anco gl’effetti della som[m]a bontà di Dio”, aveva concluso il frate. Gli schizzi del Marussig sono tuttora lì a confermare il fervore spirituale che aveva preso Gorizia, le cui autorità si premurarono di ringraziare subito per iscritto il padre (lettera 4 settembre), mentre quelle della fortezza di Gradisca pure gli avevano scritto per “haver gratia da Dio di preservarsi dal male pestilentiale così vicino inoltrato, dal quale sin’hora [il luogo] si è conservato libero et illeso” (lettera 19 agosto 1682). Male che a Gorizia si estinse con il dicembre seguente: questo capitolo della sua storia (la precedente epidemia risaliva al 1623), ben documentato da un saggio di Lucilla Cicuta su Studi Goriziani nel lontano 1926, ebbe una sorta di ufficiale conclusione con un’ulteriore grande manifestazione di fede indetta il 2 febbraio 1683 in onore questa volta di San Francesco Saverio, che, arrivato nell’isola di Schangchuan ormai alle porte della Cina [è il patrono delle missioni d’Oriente], era stato preso dalla febbre, morendo quindi di polmonite oltre un secolo avanti.

Padre Marco era nato nel 1631 – e battezzato Carlo a onore del celebre San Carlo Borromeo che tanto si era affaticato a Milano a favore degli appestati – al cessare dell’epidemia di manzoniana memoria: la stessa che, come si sa, aveva visto Venezia implorare l’aiuto di Dio e della Madonna con l’emissione anche di un voto pubblico per assolvere il quale la Serenissima aveva eretto, non ancora cessato del tutto il flagello, la famosa Basilica della Salute opera del Longhena, come aveva fatto oltre cinquant’anni prima con il Tempio del Redentore alla Giudecca, opera del Palladio, assegnato alla cura dei Frati Cappuccini e ove visse Padre Marco.

Memori della fiducia in lui riposta dai nostri antenati goriziani, al beato cappuccino possiamo affidare perciò le sorti del particolare momento che copre per intero questa Quaresima e non ci è dato di sapere quanto durerà e coinvolgerà il nostro territorio: un tempo nel quale darci alla preghiera, nonostante il blackout della fede comunitariamente manifestata, con quel maggiore slancio interiore verso Dio insegnatoci dalle generazioni passate. Dio è il solo che può tutto per nostro amore: proprio Padre Marco esortava: “Riconciliatevi con Dio e poi domandate tutto alla bontà del Signore!”. È un buon consiglio che non ci viene dalle martellanti trasmissioni televisive sul coronavirus (in esse non si fa menzione del dato della fede in Dio, invocato nei secoli e da invocare), ma da chi ha creduto e fatto credere che è il Signore a liberare “a peste, fame et bello”.