Padre Marco, l’aiuto francescano nell’opera gravosa della Chiesa della conversione a Dio

“OH SE IDDIO DISPONESSE CHE VOSTRA PATERNITÀ FACESSE DA NOI UN QUARESIMALE!”

Iniziandosi la Quaresima non si può non riandare, e ne facciamo richiamo ogni anno, a fra Marco d’Aviano, l’apostolo del dolore perfetto, cioè alla dimensione più spirituale della sua testimonianza perfettamente francescana, giacché il Padre Serafico cantò con il creato e le creature anche il perdono (“Laudato si’, mi Signore, per quilli che perdonano per lo tuo amore”): esso si impone di fronte alla finitudine quaggiù (“da la morte nullu homo vivente po skappare”) e impegna perciò, cosa non facile né scontata, a una vita riconciliata degna di lassù e della fraternità che deve improntare i rapporti interpersonali e la vita sociale.

Al rileggere alcune pennellate con cui il cappuccino tramanda i contesti, gli scenari e gli esiti delle sue predicazioni quaresimali costellate da pressoché plebiscitarie conversioni si avverte che non solo chi legge ne resterà stupito ma lui stesso lo sia: “Se vedesse la compuntione ne populi e come fanno l’atto di contrittione, resterebbe attonita”: così all’imperatore Leopoldo I dal quaresimale di Brescia del 1688. “L’atto di contrittione ch’ogni giorno facio viene accompagniato con diluvio di pianto”, riferisce ancora a Leopoldo dal quaresimale di Schio del 1686, aggiungendo: “Però ne spero gran frutto nell’anime” (ivi). È per questo che ritiene di non doversi risparmiare (“Mi trovo occupatissimo… È tanto il concorso del populo che non sto quieto né giorno né notte”, 4 aprile 1688), pienamente cosciente che sono “li nostri peccati l’innimici che possono far temere” (dalla lettera dal quaresimale di Vicenza 1687): vanno dunque emendati.

Che con la propria realtà degradata si debba fare i conti e un percorso di cambiamento sia doveroso intraprendere ne è compreso l’imperatore stesso che confessa a Padre Marco: “È ben vero che son huomo che conosco la mia fiachezza, che sono troppo lento et tepido, et in questo certo voglio corregermi” (lettera 1° aprile 1681 mentre il frate predica la quaresima a Venezia). È però talmente faticoso l’esercizio sulla propria interiorità che la conversione richiede, da rendersi necessari aiuti spirituali, provenienti pure da persone dotate di carismi conformi. Leopoldo, gravato da responsabilità che la sua delicata coscienza rende più pesanti, palesa continuamente di avere bisogno di Padre Marco: “Intanto io prego vostra reverenza a continuare verso me col suo paterno affetto et di ammonirmi in tutto quello crede conveniente per l’anima mia, che resto tutto consolato quando ricevo li prudenti consigli suoi” (ivi). Arriva a esclamare: “Oh se fossi felice, che vostra paternità venisse et Iddio disponesse che facesse da noi un quaresimale!” (ibidem).

A riconoscere d’altronde in Padre Marco un valido aiuto nell’opera gravosa della Chiesa della conversione a Dio è pure un santo cardinale e vescovo (canonizzato) – San Gregorio Barbarigo – il quale esprime il “sommo piacere” di avere “vostra paternità questa quaresima in domo [a Padova] con speranza di molto profitto nelle anime” (9 febbraio 1697): aspetto essenziale, questo “profitto”, della cura pastorale. Una cura volta alla lotta senza tregua al peccato (per l’applicazione di validi predicatori e l’amore paziente di buoni direttori spirituali) potrebbe apparire oggi cosa e metodo da passato (quando il quaresimale era tanto in voga): se non fosse ancora vero quanto Padre Marco scrive – e fa pensare assai noi trecento e passa anni dopo lui – che cioè “siamo hora in un mondo [dove] non regnia che doppiezza, interessi, addulattioni et inga[n]ni, e la causa di Dio del tutto quasi è abbolita, né si trova una sincera verità” (lettera all’imperatore 7 febbraio 1687). Cambiano i linguaggi, non la realtà: per questo è bene che sia adesso per tutti quaresima!

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