Ricordiamo nella preghiera gli amici del Beato Marco d’Aviano

In questa Pasqua, evento della Risurrezione gloriosa del Signore che ha aperto i credenti in lui alla Vita vera, vogliamo invitare a ricordare nella fede pasquale alcuni grandi amici dell’Opera per Padre Marco e a donare loro una riconoscente preghiera: padre Fiorenzo Cuman cappuccino (+ 14 gennaio), il vescovo mons. Alfredo Magarotto (+ 22 gennaio), padre Erhard Mayerl cappuccino già ministro provinciale di Vienna, superiore di quel convento e custode della tomba di Padre Marco (+ 14 marzo), Mario Antonio Favret (+ 27 marzo). Speriamo di poter celebrare pure per loro la messa nell’anniversario di padre Venanzio, del quale furono amici, nel giugno prossimo. Motivo per ricordarli nella comunione eterna del paradiso vicini a Padre Marco lo avremo anche nell’anniversario della beatificazione, cui collaborarono con forti convinzioni, il 27 aprile (18° anniversario): potremo viverlo “in distanza”, ma sempre congiunti fra noi e il Cielo, davvero nel più bel ricordo!

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Pasqua2021

Pasqua siamo costretti a viverla ancora, dopo l’itinerario quaresimale tanto caro al beato nostro e più che l’anno passato, nell’incertezza. E pensare che è la festa della certezza! Certezza di una liberazione, dalla schiavitù (ricordiamo l’antico popolo esule) e dalla morte (garantita dalla risurrezione del Signore).Vi raggiungiamo con auguri che – sappiamo – hanno senso in questo momento solo con una prospettiva di fede. Il Signore risorto veglia sul nostro cammino: crediamo che tutto sia per un maggior bene, che tutto soprattutto è nelle sue mani, che sono mani di “padre”. Le nostre mani si congiungano allora alle sue nella preghiera: non manchi essa – preghiera anche di intercessione – in questo giorno e nella settimana che si apre, la grande Ottava della Pasqua, che si chiude con la domenica della Divina Misericordia della quale Padre Marco fu “profeta disarmato”.Non possiamo incontrarci, non possiamo ancora fare programmi, ancora almeno per tutto il mese di aprile: solo desiderarli. Ma siamo uniti nell’invocazione del bene al Beato Marco che “possiede” la Pasqua del Cielo. Chiediamogli la sua fede nei tempi difficili. E imitiamola: egli è un grande esempio per affrontare ogni sfida.Auguri dal Comitato Beato Marco per la causa di canonizzazione.don Luigi Stefanuto presidente, con il Consiglio di presidenzaPasqua 4 aprile 2021

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Edito in lingua friulana il romanzo di Carlo Sgorlon Marc d’Europe

Cogliamo l’occasione per avvisare che nelle settimane scorse è stato edito, con presentazione del presidente del Comitato per la causa di canonizzazione, il volume “Marc d’Europe”, traduzione in lingua friulana a cura di Eddi Bortolussi del romanzo storico scritto nel 1993 da Carlo Sgorlon con dedica a padre Venanzio Renier e ai frati cappuccini nel desiderio che anche lo scrittore udinese (morto nel Natale 2009) aveva di favorire la conoscenza del grande personaggio storico conterraneo e la causa del poi beato. Siamo grati al traduttore per il pregiato lavoro e all’editrice Società Filologica Friulana per il coinvolgimento. La pandemia impedisce per ora momenti di illustrazione e divulgazione dell’opera “in presenza”. Speriamo di poterli vivere, e prima comunicare, presto in collaborazione alla benemerita Filologica.

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Per la solennità di San Giuseppe 2021 nell’Anno a lui dedicato, ricordando la grande devozione di Padre Marco

Cari Amici e Devoti, questa festa annuncia ogni anno la primavera, ma stavolta – ed è la seconda – rischiamo di essere ancora prigionieri dell’inverno. Siamo pressoché chiusi a casa, in zona rossa. Rassegnati più che scoraggiati, e in pericolo forse anche di soccombere all’apatia o comunque di perdere contatto con tante realtà. È nella fede pasquale, che ci è stata preannunciata la scorsa domenica “laetare”, che possiamo trovare momenti e soprattutto motivi per confidare che risurrezione ci sarà.

San Giuseppe accolse senza batter ciglio il disegno grande sulla sua vita di cooperare, custodendo la vita del piccolo Figlio non suo ma di Dio, al progetto “impossibile” di Dio: farsi uomo per salvare l’uomo; egli si è quindi prestato con totale fiducia a crescere e proteggere in momenti difficilissimi come padre la vita del Redentore nostro: ebbene, sia lui a infonderci ora certezze nell’incertezza.

Non ebbe su ciò dubbi il Beato Marco. E invocava perciò San Giuseppe, il santo che insegna a fidarsi di Dio, sempre.

Nell’attesa dei giorni pasquali, prendiamo anche qui esempio da Padre Marco. Vi proponiamo in allegato qualche brandello di lettera sua di invocazione di San Giuseppe. Del custode del Redentore stiamo vivendo l’“Anno” indetto da papa Francesco con la lettera apostolica Patris Corde, che pure vi invitiamo a considerare nei bellissimi capitoli dedicati al Padre amatoPadre nella tenerezzaPadre nell’obbedienzaPadre nell’accoglienzaPadre dal coraggio creativoPadre lavoratorePadre nell’ombra. Questa devozione del nostro cappuccino è tramandata soprattutto nella corrispondenza con l’imperatore Leopoldo I d’Austria, uomo piissimo, che si fidò di San Giuseppe sempre, e non meno negli eventi complicati del suo tempo segnato dagli assedi conclusisi con le [quasi impossibili] liberazioni di Vienna e Buda dall’oppressione ottomana.

Come dire: San Giuseppe è il santo dei tempi più difficili! È il santo che fa al caso di quest’anno difficile! Il Beato Marco si è fidato, anche noi affidiamoci!

Voglia San Giuseppe ottenerci un’altra “liberazione”. Che è anche uno dei significati più veri e belli della Pasqua che, con maggiore intensità, vogliamo perciò predisporci a vivere nella fede.

19 marzo 2021

IL COMITATO BEATO MARCO pro causa di canonizzazione

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Ricordo di Mons. Pierluigi Mascherin

Nella vigilia di San Giuseppe, 18 marzo, ricordiamo nella preghiera quest’anno mons. Pierluigi Mascherin nel decimo anniversario dell’improvvisa morte. Partecipe attivamente del movimento pro Padre Marco avviato da padre Venanzio, godette della beatificazione e ci fu poi sempre ancora vicino con l’amicizia, gli scritti e la predicazione.

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I Cappuccini nel lazzaretto di Pordenone Padre Marco d’Aviano contro il male pestilenziale

L’eroicità dei Cappuccini È forse l’approccio al bisognoso, aspetto essenziale di un carisma evangelico alla lettera, il “segreto” dell’indiscutibile ascendente dei Cappuccini sul
popolo: anche perché si è ammantato moltissime volte di eroismo nei cinquecento anni che presto l’ordine compirà. Occasione privilegiata furono le pestilenze: con sempre pronta obbedienza mossa dall’impulso di non far mancare ai moribondi il balsamo dei santi sacramenti, i frati con la barba e il cappuccio anche si sostituirono, specie nei lazzaretti, all’autorità pubblica inabile o sopraffatta dagli eventi e ai preti comprensibilmente non disponibili. La stessa approvazione canonica della riforma francescana dei Cappuccini
(bolla Religionis zelus di papa Clemente VII del 3 luglio 1528) venne favorita
dalla stima unanime che si meritò nelle Marche l’iniziatore di essa, padre
Matteo da Bascio, per il coraggioso impegno di vicinanza nelle pesti del 1525
e poi, con i primi compagni, nel 1527. Ancora nel Novecento, allorché a
Venezia era scoppiato nel 1911 il colera, padre Odorico da Pordenone (Pietro
Rosin, di San Quirino, 1868-1962), più volte ministro provinciale veneto, non
esitava a proporsi al patriarca, lui con i confratelli, per l’assistenza sanitaria e
religiosa ai contagiati relegati nell’isola Sacca Sessola

per approfondire


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Santa Quaresima 2021


In Quaresima, che oggi inizia, siamo invitati a essere attenti alla vita spirituale e a ravvivare l’amicizia con il Signore. Il Beato Marco fu ed è un maestro prezioso e un esempio sempre attuale dello sforzo che ci è chiesto di camminare sulle vie del Signore in novità di vita. Il suo Atto di dolore perfetto continui a esserci caro per acquistare punti di riconciliazione. Cerchiamo di essere testimoni di “pace con Te, o Dio, con noi e con tutto il nostro prossimo”. Papa Francesco, richiamando il Poverello, maestro di Padre Marco, ci propone una sintesi bellissima: “Fratelli tutti”, e anzitutto nel rapportarci al “Padre di tutti”.

L’avvio della Quaresima del trascorso 2020 vide coincidere l’inizio della pandemia. Allora non eravamo consapevoli delle dimensioni, anche di morte, di questo fenomeno epocale. Era il 24 febbraio quando iniziò qui da noi il lockdown: è passato un anno! E, se ci pensiamo bene, abbiamo motivi in più oggi di umiliarci davanti a Dio, il quale solo è salvezza (=salute, in latino), e di fidarci e affidarci a Lui, che tutto può: perché ancora non ne siamo fuori, anzi il pericolo ci sovrasta come le sue, si direbbe infinite, varianti.

Noi presentiamo ancora la preghiera di impetrazione a Dio, che è Padre, perdona e salva, per intercessione del Beato Marco che nell’anno passato in triste, quotidiana compagnia del virus abbiamo imparato a conoscere pure come apostolo contro il male pestilenziale.

Male che sembra continuamente risorgente e che impedisce programmi, che si avviavano un tempo proprio in Quaresima, e date certe per tenerli.

Possiamo oggi solo sperare, da Dio, una normalità di vita che non appare però vicina. Anche incontri fraterni, semplicemente per rivederci, o riunioni – e fra noi sarebbero anche doverose – non sono consentiti né opportuni. Tuttavia non abbandoniamoci alla rassegnazione o all’apatia dopo un anno lunghissimo di solitudini, distanziamenti, prove.

Ci resta [solo] di pregare? Ma è la cosa più necessaria! La Quaresima della pandemia perdurante è un richiamo non vago ad accogliere l’invito che essa reca a farci vicini a Dio.

Il Comitato, nel mentre ripropone i testi di preghiera già diffusi nei mesi dello scorso anno, continuerà a tenerci uniti e motivati a Dio e fra noi con qualche messaggio di fiducia trasmesso via computer e nel proprio sito www.beatomarcodaviano.it. Scusate se non sappiamo né vogliamo usare mezzi tecnologici più evoluti. Riteniamo efficaci il dialogo con Dio, più doveroso in Quaresima, e quello diretto fra noi: abbiamo bisogno di rivederci, guardarci, ritrovarci. Appena possibile lo faremo! Frattanto coltiviamo l’unione spirituale. Diffondiamo infatti Padre Marco da uomini e donne di fede, desiderosi, nel proporre lui, di dare gloria a Dio. Per esserne degni, supplichiamo il Signore che perdoni le nostre colpe e, riconciliati come esortava Padre Marco, ci faccia grazia. Che è anzitutto ora quella della liberazione dalla pandemia che affligge noi e il mondo intero.

Buona e Santa Quaresima 2021 in vicinanza di fede e solidarietà alle difficoltà di ciascuno nel tempo presente. 

Il presidente e il Consiglio di Presidenza del

COMITATO BEATO MARCO pro causa di canonizzazione

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12 GENNAIO 1971, CINQUANT’ANNI FA il nome nuovo della diocesi -CONCORDIA – PORDENONE: un processo storico lungo cinque secoli

1425 – La diocesi – antica di oltre mille anni nella sede madre, la romana Julia Concordia (filiata da Aquileia alla fine del IV sec. con la dedicazione dal vescovo aquileiese San Cromazio della prima cattedrale basilica apostolorum nel 388/89 e la contestuale consacrazione del primo vescovo) – viene traslata da papa Martino V nella vicina Portogruaro. Qui vescovo e capitolo dei canonici dimoravano d’uso e, già da prima dell’anno Mille, i vescovi esercitavano dal loro castello la giurisdizione civile sulla città sul Lemene e vi attendevano anche al governo ecclesiastico esteso fra Livenza e Tagliamento, dai monti al mare (antico agro concordiense). Il provvedimento è però revocato nel 1445 da papa Eugenio IV.

1586 – Passato più di un secolo, a seguito della visita apostolica alla diocesi (1582-84) del vescovo Cesare de Nores per l’attuazione delle riforme del Concilio Tridentino, con bolla 29 marzo papa Sisto V, essendo vescovo mons. Matteo I Sanudo, dispone la traslazione a Portogruaro, “ubi aer temperatior est” (= dove l’aria è più salubre), del vescovo (e capitolo): vengono conservati comunque a Concordia il titolo della diocesi e la sede cattedrale, con obbligo al vescovo e capitolo di continuare in perpetuo a celebrare qui le feste proprie di detta chiesa. Già allora si era avanzata e presa in seria considerazione la candidatura di Pordenone come sede vescovile, ma la città non era stata in grado di soddisfarne le condizioni (provvista di residenze per vescovo, curia, canonici, seminario).

1918 – Il problema della sede della diocesi – Portogruaro quasi all’estremità meridionale del suo territorio, Pordenone al centro geografico provvista di vie di comunicazione e in ascesa demografica, commerciale e industriale – si riaffaccia prepotentemente dopo l’esecrabile assalto al vescovo Isola nell’episcopio portogruarese l’ultimo giorno della prima guerra mondiale. In particolare don Giuseppe Lozer lancia l’idea di una supplica dei parroci e curati a papa Benedetto XV per il trasferimento della residenza vescovile e del seminario a Pordenone (oppure a San Vito al Tagliamento). Già a fine anno, sedici foranie su ventuno indicano Pordenone. La petizione è trasmessa alla Santa Sede.

1919 – Dimessosi mons. Isola, non disposto dopo la grave aggressione a rientrare in Portogruaro, e appena eletto il vescovo Luigi Paulini, l’assemblea dei vicari foranei ribadisce il 24 marzo l’orientamento per la sede a Pordenone (17 foranie su 21). Il 5 giugno la Sacra Congregazione Concistoriale, in seduta plenaria, vota in favore della traslazione che Benedetto XV stabilisce in Pordenone sia per il vescovo che per il seminario diocesano. Già però si era avuta la reazione di Portogruaro – autorità civili, canonici, clero – che preme su Roma, governo italiano e Santa Sede. Il disposto trasferimento a Pordenone viene attuato dalla Congregazione per il seminario (7 agosto), ma differito per vescovo e curia diocesani perché alla nomina di mons. Paulini è stato concesso il (necessario allora) regio exequatur all’espressa condizione che egli risieda in Portogruaro.

1929 – Il Concordato stipulato fra Santa Sede e Stato Italiano prevede anche di uniformare possibilmente le sedi e confini diocesani a quelli provinciali: pericolo di sussistenza della Diocesi di Concordia allora non ricomprendente un capoluogo di provincia e di spartizione del suo territorio fra le diocesi site in tre vicine province. Negli anni seguenti si ripropone la questione della sede vescovile: mons. Paulini, per essere vicino al seminario, desidererebbe trasferirsi a Pordenone dove il Comune delibera il suo fattivo impegno in tal senso. Non si arriva alla traslazione anche per una congiuntura sfavorevole durante il regime fascista e poi per lo scoppio del secondo conflitto mondiale.

1945 e 1949 – Appena finita la guerra, la città di Pordenone ribadisce la propria disponibilità, ma la Santa Sede rimanda ancora sulla sede vescovile di Concordia: prima per la contrarietà a traslocare da Portogruaro del nuovo vescovo, nominato nell’anno, mons. D’Alessi; poi, morto questo, perché il successore mons. De Zanche, alieno da contrasti e divisioni, prega di soprassedere non ritenendo maturo il tempo per eseguire la traslazione.

1968 – Nasce la Provincia di Pordenone (nella Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia) e vengono fugate, anche per la reazione del vescovo De Zanche, le velleità di Venezia di aggregazione alla sede patriarcale del territorio diocesano ricadente nella sua provincia (Portogruarese, con la chiesa madre di Concordia), in conformità ai desiderata del Concordato.

1970-1971 – Il governo della Chiesa Concordiese passa a mons. Abramo Freschi, nominato il 20 luglio 1970 amministratore apostolico “sede plena” della diocesi: egli prende immediata residenza (dal 12 ottobre, cinquant’anni fa) a Pordenone. All’anziano mons. De Zanche resta peraltro il titolo vescovile di Concordia e anche la residenza nell’episcopio di Portogruaro. Conseguito questo “equilibrio”, giunge gradualmente il momento di dare applicazione, da parte della Santa Sede, alle vecchie deliberazioni sulla configurazione della diocesi. A questa, regnante papa Paolo VI, viene anzitutto data una nuova denominazione: Diocesi di Concordia-Pordenone (decreto della Sacra Congregazione per i Vescovi 12 gennaio 1971). Essa coniuga l’antichità della sede originaria e la centralità della nuova città ora “capoluogo di provincia e sede di istituzioni civili e di pubblici uffici nonché grandemente cresciuta in questi ultimissimi tempi” (così il “decretum de novo dioecesis titulo”). È anche ribadita dal nuovo nome (quel trattino di congiunzione!) l’unità inalterabile del territorio diocesano (l’antico agro), al di là delle divisioni amministrative posteriori (Veneto/Friuli). Usando mons. Freschi ulteriore tatto e prudenza nella soluzione della controversa questione (andava avanti da oltre cinquecento anni), la sede vescovile di Concordia-Pordenone (dunque pure la curia) sarà effettivamente traslata con decreto del successivo 26 ottobre 1974 della medesima Congregazione vaticana: esso dispone pure l’erezione del Duomo di San Marco in Pordenone a concattedrale della diocesi, rimanendo ubicata a Concordia Sagittaria la chiesa cattedrale.    

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Festa del Beato Odorico 2021

La festa del Beato Odorico da Pordenone, nato al Cielo 690 anni fa “la dimane dell’Ottava dell’Epifania” (14 gennaio 1331), inaugura l’anno. Ci sia cara la memoria dei santi, soprattutto in tempi complicati e pericolosi: essa è fonte di consolazione e di speranza. Quanto le generazioni passate si sono affidate ai santi in tempi di pestilenze ed epidemie! Del beato friulano ricorrono significativi anniversari. Sono 250 anni che la sua stupenda arca si trova nella chiesa del Carmine in Udine. 700 anni esatti poi dal martirio dei confratelli francescani a Tana (India), 1321, le cui reliquie egli raccolse alla periferia di Bombay. Il Nostro ne tramandò la passione in intensissime pagine della sua Relatio e sperimentò l’efficacia della loro intercessione nel corso del suo periglioso viaggio alla Cina. Il programma del mese di Odorico che condividiamo con la Commissione Beato Odorico per la canonizzazione e il culto, operativa fra Udine e Pordenone, è condizionato ovviamente dal clima di pandemia che ci sta segnando e ha contrassegnato le nostre feste. Siamo ora all’Epifania, grandiosa festività nella tradizione italiana e ancora di più friulana. Ci manca il falò… e sono meno solenni le messe dello spadone a Cividale e del tallero a Gemona. Contingentata è stata la benedizione della Vigilia di acqua, sale e frutta. E’ interessante ricordare che quest’ultima ci è stata tramandata, con forti sentimenti e tuttora consistente partecipazione, dalla tradizione liturgica della Chiesa Madre di Aquileia. E’ benedizione, cioè propiziazione! Ne abbiamo ancora più bisogno all’inizio di un anno così… insieme all’intercessione degli amici di Dio, i santi. Anche la memoria della vita della Chiesa ci sia di consolazione e di speranza. Così partecipiamo a voi, cari amici, pure il 50° anniversario del nome nuovo della Diocesi di Concordia. Come Odorico DA PORDENONE, dal 12 gennaio 1971 si chiama di “Concordia-PORDENONE“, e continua da questa città a costruire una storia di fede garantita dalla benedizione di Dio su tutti noi, suo Popolo. 

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Sgorlon racconta il Beato Marco d’Aviano

Sgorlon racconta Marco d’Aviano e porta il friulano nel mondoIl romanzo storico sulla vita del frate riappare nella versione in marilenghe Sarà distribuito tra i fogolars per ricordare il grande scrittore a 11 anni dalla morteC’era nel Seicento un piccolo frate cappuccino di origini friulane ben conosciuto nelle corti europee dove esercitava un potere tutto particolare. Si muoveva da solo, inerme, senza armi, ma dalla sua aveva un’eccezionale abilità nel predicare, nel catturare le folle con il dono di una parola che entrava nella mente e nel cuore di chi ascoltava. E si arrivò a folle sterminate, fino a 40-50 mila persone, quando il significato dei suoi discorsi passava di bocca in bocca stupendo e coinvolgendo. Ad affascinare era il fuoco misterioso che ardeva in lui, la convinzione che lo bruciava nel profondo, per indurre tutti a camminare assieme verso la vera luce, verso Dio. Le difficoltà linguistiche non gli pesavano. Conoscendo appena il tedesco, imbastiva frasi e concetti capaci di conquistare il popolo, ma anche gli imperatori, come quello d’Austria, Leopoldo, di cui fu consigliere e confessore, e che si affidò a lui per costruire un’alleanza in grado di fermare l’implacabile avanzata dei turchi, diretti alla conquista di Vienna.Questa è la storia straordinaria del frate Carlo Domenico Cristofori, nato ad Aviano nel 1631 da una famiglia venuta dalla Lombardia. Studiò nel collegio gesuita di Gorizia e, durante un viaggio in Istria, decise di entrare tra i cappuccini prendendo il nome del padre, Marco. Così cominciò il cammino che lo portò pezzo dopo pezzo a comporre il suo mosaico, in vita e anche in seguito, concludendolo solamente nel 2003 quando papa Giovanni Paolo II lo proclamò beato dopo un lungo processo di studio sull’opera di predicatore e taumaturgo, qualità che lo resero immensamente popolare nel mondo di allora, diffondendo il mito di Marco d’Europa. Ed è proprio questo (“Marco d’Europa”) il titolo del romanzo storico che lo scrittore Carlo Sgorlon gli dedicò nel 1993 con le Edizioni Paoline. L’idea di narrare tale epopea gli venne dagli incontri con padre Venanzio Renier, frate che viveva a Pordenone e che si battè con passione per la beatificazione di Marco. Il romanzo riappare adesso, vigilia del Natale 2020, quando ricorreranno gli 11 anni dalla scomparsa di Sgorlon, nella versione in friulano con la traduzione curata da Eddi Bortolussi. Il libro è inserito nella collana della Filologica e, grazie al contributo della Regione Friuli Venezia Giulia (concesso all’Ente Friuli nel mondo per la pubblicazione), sarà divulgato tra i fogolars sparsi in Italia e nei continenti quale messaggio che possa legare i nostri conterranei ai luoghi di origine delle famiglie e alla lingua madre. Il romanzo in veste friulana è nato con il consenso della signora Edda Agarinis Sgorlon e da un intento comune, che viene spiegato nelle prefazioni dai presidenti Federico Vicario (Filologica), Loris Basso (Friuli nel mondo) e don Luigi Stefanutto (Comitato beato Marco). Bortolussi dedica la sua traduzione a Sgorlon, ma anche a Lelo Cjanton e ai “confradis de Risultive”, gruppo a cui aderì da giovane poeta.Nel romanzo spicca soprattutto il rapporto di fiducia creatosi tra il frate cappuccino e l’imperatore Leopoldo, per incollare i pezzi di un’alleanza capace di reggere all’urto ottomano, che minacciava di invadere l’Europa dando un colpo letale alla cristianità. Con la suggestione magnetica della sua presenza, Marco rincuorò i soldati parlando in italiano, tedesco e latino. Spronò i comandanti e alzando il crocefisso tenne in pugno un esercito composito, confuso. L’assedio cominciò il 14 luglio 1683 e finì in settembre quando, scongiurato il pericolo, attorno a Marco fiorirono prodigi e leggende. L’imperatore tornò a Vienna, da dov’era scappato nei giorni pericolosi, e ringraziò chi aveva fatto il miracolo. Marco, salvatore dell’Europa, gli rispose con parole semplici, come leggiamo ora nel romanzo in marilenghe: «Maestât, o soi nome che un puar pecjador». —Dal messaggero Veneto del 22/12

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