È VERO, IL BEATO ODORICO DA PORDENONE TRANSITÒ PER LO STRETTO DI HORMUZ

Settimane fa ne abbiamo fatto cenno. Lo straordinario itinerario del Beato Odorico da Pordenone raggiunse anche lo stretto di Hormuz, il luogo forse più citato al mondo da due mesi a questa parte di guerra coinvolgente l’Iran e di non soluzioni di pace, fra chiusure e fragili riaperture di questo snodo nevralgico per l’economia anche dell’Europa dipendente dal petrolio e gas estratti nei paesi del Golfo Persico in rilevanti quantità. Dopo lo sbarco da Venezia a Trebisonda sul Mar Nero successivo al 1318, il nostro pellegrino, uomo di confronti con le religioni e le culture, venne ad affacciarsi alla costa settentrionale (oggi iraniana) dello stretto dopo il lungo cammino che lo aveva fatto transitare nella terra mesopotamica della Caldea e in molte città della Persia occidentale oggi pure ricorrenti nelle cronache perché colpite dal conflitto in atto. Si ritrovò così al porto che gli apriva la via (d’acqua) in direzione Cina. Il missionario francescano dedica un capitolo della sua Relatio alla sosta a “Ormes”: così chiama già allora l’isola distante dalla terraferma cinque miglia dove non ci sono alberi e non vi è acqua dolce. Vi sorge una città ben murata, dove si fanno molti e grandi affari di compravendita: v’è infatti abbondanza di datteri, pane, pesce, carne a prezzo buonissimo. Più di tutto lo colpisce però il caldo torrido che costringe gli uomini al fastidio di avere i testicoli penzolanti fino a metà delle tibie, raccolti in “sacchetti” cinti in vita, e a idratare il corpo con unguenti protettivi dei forti raggi solari, “altrimenti morirebbero tutti”. Odorico descrive anche le piccole imbarcazioni, chiamate jasse, di cui qui ci si serve per solcare il “mare oceano” prospicente: cucite solo con lo spago, senza uso di pezzi di ferro. Su uno di questi battelli egli dice di essere salito per raggiungere in ventotto giorni Tana, il luogo dei protomartiri francescani d’India, sulla costa occidentale di quella penisola. W.A.

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